L’AI sa (solo) risolvere i problemi

…oppure crearne di nuovi!
So che te lo stai chiedendo:
– “Il testo che sto per leggere è stato scritto da un’AI o da una persona reale?
Da un freddo calcolatore che si nutre soltanto di prompt ed energia elettrica o da un essere vivente a sangue caldo, dotato di pollici opponibili e diritti di cittadinanza?”
Le domande che invece ti faccio io sono:
– Davvero ti interessa saperlo?
– Come potresti distinguere uno dall’altro?
– E quindi…perché dovresti fidarti di me e non dell’Intelligenza Artificiale?
Il fatto che io utilizzi una tecnologia per scrivere un testo non mi rende meno intelligente. Siamo tutti d’accordo su questo vero?
Anzi, se proprio vogliamo essere sinceri sono convinto che l’AI, alla lunga, ci renderà tutti più intelligenti.
Come? Non vedevo l’ora che me lo chiedessi…
Ho una teoria (che non ho mai detto a nessuno perché potrebbero prendermi per folle), che parte dall’etimologia delle parole “intelligenza” e “artificiale“, e da un altro paio di presupposti strettamente correlati:
1 – la relazione “pensiero-linguaggio”: il linguaggio è uno strumento del pensiero, o ne è la condizione? O entrambe le cose?
2 – il concetto di “biomimetica”: fino a che punto possiamo imitare la natura, frutto di milioni di anni di evoluzione, per creare innovazione tecnologica?
Ma procediamo in disordine.
Il termine “artificiale” ha assunto diversi significati nel corso dei secoli; oggi ne porta con sé almeno tre: prodotto dall’uomo, in contrapposizione a ciò che avviene spontaneamente in natura; simulato, in contrapposizione a ciò che è autentico, originale; non cosciente, in contrapposizione a ciò che vive in un corpo biologico.
In pratica: l’uomo si impegna, si sbatte e si ingegna per costruire, in pochi istanti, qualcosa che la natura ha affinato per milioni di anni.
Mi riferisco ad esempio al caso dello Shinkansen e del martin pescatore — il muso del “treno proiettile” giapponese fu ridisegnato dall’ingegnere Eiji Nakatsu, ispirandosi al becco del martin pescatore, capace di tuffarsi in acqua senza schizzi. Il risultato: più velocità, meno consumi e drastica riduzione del boom sonoro nei tunnel; o ancora, il caso delle turbine eoliche ispirate alle pinne di megattera — le pale delle turbine eoliche sono state riprogettate ottenendo maggiore efficienza rispetto ai design tradizionali; e poi nell’edilizia, dove il concetto di ventilazione passiva ha origine dallo studio dei termitai — i sistemi di ventilazione naturale di alcuni edifici moderni sono in grado di mantenere la temperatura costante riducendo il consumo energetico fino al 90%; ma anche nel quotidiano, forse il caso più celebre è quello dell’invenzione del velcro grazie alla pianta di bardana — Nel 1941 l’ingegnere svizzero George de Mestral notò come i semi di bardana si attaccassero al pelo del suo cane grazie a minuscoli uncini. Il resto è storia.
Potrei fare infiniti altri esempi relativi a tecnologie biomimetiche (penso alla robotica e al mondo degli artropodi), ma tornando alla nostra intelligenza artificiale, vorrei che si notasse il fatto che per la prima volta, e forse nella maniera più totale e perfetta, stiamo tentando di riprodurre artificialmente proprio quella caratteristica che più di ogni altra, ci rende umani.
Per secoli abbiamo copiato la natura. E sempre di più abbiamo delegato alla tecnologia le nostre competenze naturali. Con l’intelligenza artificiale abbiamo alzato ulteriormente la posta: stiamo provando a imitare il nostro modo di ragionare e di esprimerci attraverso il linguaggio. Delegheremo anche questo?
È già successo (e succederà ancora) ma finora non ci ha pesato più di tanto:
  • Non ci ricordiamo più i numeri di telefono né le date di compleanno.
  • Facciamo 8 per 4 con la calcolatrice.
  • Mettiamo il navigatore anche per andare da casa al lavoro (ma solo per vedere se c’è traffico).
Erano competenze utili, certo, ma non ci sembravano indispensabili per sentirci umani.
Ma se l’AI comincia a “pensare” e a “parlare” al posto nostro, siamo fregati!
Possiamo vincere questa sfida solo continuando a scrivere.
Secondo le teorie più recenti pensiero e linguaggio nascono nello stesso istante, si co-costruiscono intrecciando biologia, cultura e coscienza in un processo naturale, continuo e indivisibile.
Scrivere significa imparare con le parole. Non si impara studiando la grammatica; è una questione di ragionamento profondo. Per questo gli LLM ci sembrano così umani: ci hanno scopiazzato il deep thinking.
Nell’espressione del linguaggio, il nostro cervello funziona esattamente come un’AI generativa: prova continuamente (e istantaneamente) a indovinare la prossima parola, il prossimo pezzo di frase.
Se usiamo bene i congiuntivi non è perché ricordiamo la pagina del manuale di grammatica, ma perché “ci suonano giusti”: li abbiamo letti e sentiti così migliaia di volte.
Un bambino non ha bisogno della grammatica per imparare a comunicare. Ha bisogno solo di (tanti e buoni) esempi. Un LLM non è così diverso: non “studia grammatica” ma si nutre di dati (tantissimi, non sempre buoni).
La differenza sta solo in un paio di dettagli (due robine da niente):
1 – l’esperienza – le scelte che facciamo, le persone che abbiamo accanto, le storie che decidiamo di vivere e di raccontare fanno parte di noi e del nostro linguaggio.
2 – il corpo – noi non ci nutriamo solo di dati, ma di ricordi, sensazioni ed emozioni. Ogni frase che scriviamo passa da lì.
Se lasciamo alle macchine la capacità di scrivere, non cediamo solo uno strumento di lavoro, perdiamo uno strumento di pensiero: scrivere serve a capire cosa pensiamo davvero, a mettere alla prova un’idea, a cambiare idea con criterio.
D’altra parte non abbiamo smesso di dipingere dopo l’invenzione della macchina fotografica. O di cantare dopo l’invenzione dell’autotune. O di mangiare la pizza con le mani dopo l’invenzione della forchetta.

“In un mondo in cui le macchine generano testi all’infinito, chi sa scrivere davvero diventa di nuovo raro.”

Questa non è ancora una citazione. Magari un giorno lo sarà…
– cit. MaS Copywriter –

Saper scrivere (bene) oggi è ancora più importante.
Non per nostalgia romantica, ma per pura utilità: saper usare la lingua scritta serve a sviluppare conoscenza e consapevolezza, elaborare emozioni e ricordi, comprendere, raccontare, convincere e dissuadere, inventare, criticare, dire la verità o mentire, fare ipotesi e contraddirle, condividere con gli altri e imparare.
Ma soprattutto, serve per ottenere dall’intelligenza artificiale le risposte che cerchiamo.
Attraverso il linguaggio siamo noi a governare l’AI e non il contrario.
Qui la mia teoria trova conferma, e il cerchio si chiude.
Per Claude, ChatGPT, Gemini e compagnia bella, scrivere significa soltanto mettere in ordine le parole più efficaci (e non è poco!!!), ma per un essere umano della mia specie (Homo Sapiens Sapiens Copywritensis) scrivere vuol dire costruire significati: è il modo in cui si crea la realtà. Si scelgono le parole, si ordinano le idee, si semplificano i concetti.
E questo, nel mondo del copywriting, vale più di qualsiasi tecnologia.
Per far scrivere all’AI i nostri testi, paradossalmente, dobbiamo essere capaci di chiarezza e lucidità estreme: i prompt, le idee, le bozze, i flussi mentali, il brainstorming, saranno tanto migliori quanto più saremo bravi ad esprimerci nel linguaggio naturale.
Il mio lavoro di copywriter consiste esattamente in questo: coltivare il pensiero critico e la strategia attraverso la scrittura, sfruttando l’AI come amplificatore. La chitarra, se non ti dispiace, la suono io.
Dobbiamo solo fissare la data del live.
 

 
Per capirci:
L’altro giorno ho ascoltato l’intervista a un tecnico del suono che parlava di cosa rende riconoscibile il “timbro” di un chitarrista.
In una scala da 0 a 100, secondo lui: la chitarra conta 1, al massimo 2; altri 3 o 4 punti grazie agli effetti (i pedalini…distorsione, riverbero, chorus, ecc.) e alla post-produzione; l’amplificatore ne mette altri 5. Tutto il resto (qualcosa come il 90%) lo fa la mano del chitarrista.
Per quanto sia solo un’opinione, è perfetta per il mio concetto di AI applicata al copywriting:
1. La chitarra conta poco per il suono, ma è ciò che permette al tuo brand di distinguersi: stile, storia, legno e graffi che ti rendono unico, rappresentano un valore che non va sprecato.
2.
Gli effetti aggiustano il suono: tone of voice, registro, formati…modulano e colorano il messaggio. Ma il messaggio DEVE essere chiaro prima di tutto “unplugged”.
3. L’ampli è come l’AI: se il segnale in input è piatto, nessun amplificatore lo renderà davvero vivo. Se il contenuto è ricco, l’AI può dargli volume, varianti, diffusione.
4. La mano del chitarrista fa quasi tutto, ma non è solo “tecnica”: è tocco, intenzione, attacco, dinamica. Il copywriter decide cosa suonare, come farlo sentire, quale emozione scatenare.
Ora diamoci dentro, e decidiamo la scaletta dei pezzi.
Vuoi sapere cosa c’è nel mio repertorio da AI Copywriter?
 

 

Cosa puoi chiedermi?

Intelligenza Artificiale al tuo servizio

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Prompt design

Progettiamo insieme una libreria di prompt su misura per il tuo brand, così l’AI smette di risponderti "in modalità standard" e inizia a dialogare con il tuo tono di voce, sui tuoi temi, per i tuoi obiettivi.

Co-co-copywriting

Che non è scrittura per persone balbuzienti, ma creazione di contenuti in collaborazione con l'AI. Brainstorming, bozze, revisioni, poi un tocco finale per dare struttura, coerenza e personalità ai contenuti.

icona strategia e consulenza

Analisi e insight

Uso l’AI per fare il lavoro pesante: analizzare testi esistenti, individuare pattern, temi ricorrenti, buchi di comunicazione, e tirarne fuori spunti concreti per migliorare la strategia dei contenuti.

icona brand identity

Ottimizzazione

Combino analisi SEO e SEM (keyword, meta tag, intenzioni di ricerca, struttura dei contenuti) con le mie competenze di scrittura per creare testi che piacciano alle persone, e vengano premiati dai motori di ricerca.

icona audio e video

Formazione pratica

Sessioni individuali o di gruppo per imparare a usare l’AI in modo concreto: come impostare i prompt, come valutare le risposte, cosa delegare e cosa no, come mantenere la propria voce anche quando si usano LLM.

icona altro

Altri servizi

Che c'è non ti basta? Guarda che anche a me piace ogni tanto godermi la vita, andare in vacanza, leggermi un libro o stare sul divano a guardare una serie. Comunque, prova a chiedere...magari oggi sono di buon umore...

 

 

Cosa NON puoi chiedermi?

L’AI non ha coscienza. Ma io sì…

Ci sono cose che non posso (e non voglio) fare per te:
– Regola numero 1: Non vendo pacchetti (e non “rifilo pacchi”).
Se cerchi un’offerta speciale all-inclusive 100 post al mese, compresi trasporto e montaggio, non chiedere a me! Esistono servizi automatizzati che promettono miracoli.
Spoiler: non funzionano (o magari sì, se ti interessa solo la quantità).
– Regola numero 2: Non mi accontento mai della prima risposta.
Tutti gli LLM hanno raggiunto livelli di scrittura ampiamente sufficienti. Non eccellenti. Non originali. Non impeccabili. Ma decisamente sufficienti.
E la sufficienza, diventa una trappola. Chi ha anni di esperienza lo vede subito.
Chi inizia oggi vede un risultato che sembra finito, e non sviluppa mai quella capacità di chiedersi “si può fare meglio?”
– Regola numero 3: Non baratto il senso (inteso sia come “intenzione” che come “direzione”) per la velocità.
L’AI usata bene e integrata in un processo serio, può accelerare il lavoro, ottimizzare i risultati e moltiplicare le risposte. Ma le domande giuste non le genera un algoritmo, le devi avere in testa tu. Oppure possiamo scriverle insieme.
MaS Copywriter | Comunicazione intelligente
Massimo Salvi • Bologna • P.iva IT03379041209

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