Non basta avere una (bella) storia
…bisogna anche saperla raccontare!
Fortunatamente sono abbastanza “vintage” da ricordarmi di Gigi Proietti e Gino Bramieri.
Ma voi le avete mai sentite le barzellette che raccontavano?
Oggi è molto più facile che vi siate immersi nei racconti di Federico Buffa o Carlo Lucarelli, o nei monologhi di Lella Costa, di Serena Dandini, di Paola Cortellesi. Narratori e narratrici eccezionali, capaci di trasformare il tempo in ritmo, la storia in memoria e la cronaca in realtà.
Come fanno?
Esiste un trucco?
Si può imparare un metodo, o si tratta di un talento?
Per come la vedo io, non serve un PhD in Filologia romanza per raccontare una storia.
Serve piuttosto capire da dove comincia davvero il racconto: da una scintilla, da un’intenzione, da un elemento chiave che tiene insieme tutto il resto.
Ma prima ancora, comincia dalla comprensione di sé. Prima di iniziare a narrare le gesta del nostro eroe, dobbiamo capire chi siamo e che funzione abbiamo NOI dentro alla storia che stiamo per raccontare.
Faccio questo mestiere da tanti anni, ma prima di diventare padre non avevo mai considerato questo aspetto: quando racconti una storia, sei parte del racconto!
Ero convinto che il narratore, per quanto onnisciente, avesse un ruolo quasi marginale. Invece, come la cornice per il quadro, o la penna per il quaderno, la voce che racconta è l’essenza stessa della narrazione.
Quando i miei figli mi chiedono di raccontare una storia della buonanotte, non gli importa quale storia mi inventerò. Non mi chiedono di sviluppare una trama in particolare, o di descrivere un’ambientazione ricca di dettagli. Non pretendono che mi trasformi in J.K. Rowling. Chiedono di ascoltare la MIA voce (o quella della mamma), e di essere accompagnati nel buio della cameretta con la rassicurazione che resterò con loro almeno fino al lieto fine.
Ricordo di essermene inventate di ogni…la storia del maiale che voleva volare, quella di Clarissa che suonava la tapparella come un glockenspiel, quella del Drago Sfatoff e del suo acerrimo nemico, il Mago Malabùm. Fino a quella che è diventata una vera e propria serie a episodi, la storia di Fragolina e Mascarpone.
Tutti questi racconti improvvisati, hanno in comune una cosa: il protagonista sono sempre IO!
Non il maiale, non Clarissa, nemmeno il drago o il mago.
La storia non inizia con “C’era una volta…”, ma con “C’è ogni volta…un papà che rincalza le coperte, dà un bacio ai suoi bambini e spegne la luce…CLICK!“.
Buio in sala (ehm…in camera). Su il sipario. Si va in scena.
Il mio ruolo – quello di papà millenial – e la mia funzione – quella di addormentare i miei figli primi di crollare io stesso dal sonno – sono già definiti a priori. Sono i presupposti su cui si regge l’intera narrazione. E tutto ciò, nel tempo, costruisce la relazione.
“Non si tratta di raccontare una bella storia. Ma di raccontare la TUA storia, e condividerla con CHI vuole ascoltarla.”
Questa non è ancora una citazione. Magari un giorno lo sarà…
– cit. MaS Copywriter –
Non importa se la storia è bella o brutta, se fa ridere o fa riflettere, se è brevissima o infinitamente lunga (quando proprio non ne vogliono sapere di addormentarsi). Se è originale, è surreale, banale, commovente o frenetica. Importa solo che sia coerente con le loro aspettative.
L’attività di storytelling familiare (non si può sentire!) ha lo stesso scopo dello storytelling aziendale: coinvolgere il mio piccolo pubblico e generare una risonanza emotiva che alimenti la nostra relazione, rinforzando empatia e fiducia.
Ed oggi, lo dico con una certa fierezza, il mio pubblico si fida di me, crede in me, si riconosce in ciò che dico e nel modo in cui lo dico. Almeno finché non arriverà l’adolescenza a spazzare via ogni mia certezza genitoriale.
Ci sono solo alcuni rischi (opportunità?) che rendono lo storytelling difficile da maneggiare, e per questo non adatto a tutti:
– è un processo che richiede tempo. Ah, quante storie ci sono volute prima di riuscire a mandare i miei figli a letto “senza fare storie”?
– è un processo che richiede sensibilità e selettività. Non è una rete per la pesca a strascico, è un setaccio a maglia fine. So bene che tutti quelli che non hanno figli non saranno arrivati a leggere fin qui. Voi mamme e voi papà che siete ancora qui con me invece, potete comprendermi, anzi, vi sentite compresi!
– è un processo che richiede autenticità. Che succederebbe ad esempio se a questo punto della storia vi dicessi che non ho figli?
Puff!
In un attimo vi avrei persi tutti.
Avrei buttato al vento tutto ciò che in queste poche righe ero riuscito a costruire:
un legame, un coinvolgimento, un senso di appartenenza e un briciolo di fiducia.
Lo storytelling non è una buona strategia se non hai una story.
Non è una buona idea inventarne una.
Se non hai niente da dire, semplicemente non dirlo.
Ecco qual è il segreto più intimo dello storytelling: non è la storia più bella che vince, e nemmeno quella raccontata meglio. Ma quella più autentica e coerente nel tempo.
Per capirci:
Pensiamo allo storytelling come a una ricetta, o meglio come a un procedimento. Quindi lasciamo perdere gli influencer che ti spiegano come fare un piatto da ristorante stellato in un reel da 40 secondi.
Un procedimento, oltre agli ingredienti, richiede tempo ed esperienza.
Per quanto tu possa seguire alla lettera le indicazioni, ci vorranno anni per ottenere risultati eccellenti.
Un ottimo esempio è il whisky scozzese (parlo di single malt Scotch whisky). Per farlo occorrono SOLO tre ingredienti:
1. Acqua. Di ottima qualità.
2. Cereali. Solo orzo maltato (nel caso del single malt, ma si possono utilizzare anche segale o mais o altri cereali, per altre tipologie di whisky).
3. Lieviti. Trasformano gli zuccheri in alcol.
Quello che però arriva al naso e al palato, sorseggiando un bicchiere di ottimo whisky, è un universo sensoriale fatto di dolcezza o di sapidità, di aromi speziati, di vaniglia o caffè, di frutta fresca, frutta secca, sentori più o meno intensi di fumo, tostatura grintosa o leggera, biscotto, liquirizia, fresca brezza di mare o sensazione di calore avvolgente. Il finale poi, che ti permette di apprezzare un whisky eccellente, è fatto di armonia tra gli aromi percepiti in bocca e quelli al naso, lasciando una persistente sensazione di appagamento. Tutto questo è possibile grazie all’esperienza del Master Distiller, che decide quali aromi ricercare e quali evitare durante il processo di distillazione, e grazie al tempo di maturazione (minimo 3 anni in botte di rovere, secondo il disciplinare), che permette al whisky, attraverso i pori del legno, di “comunicare” con l’ambiente esterno.
Degustando una buona bottiglia di storytelling d’annata, possiamo provare una sensazione di appagamento molto simile, che si può spiegare solo con la creazione di un legame tra “chi racconta” e “chi ascolta”. In quel preciso momento di condivisione, ci identifichiamo in un personaggio, o visitiamo un luogo che ci sembra familiare, o viviamo un ricordo comune.
Si chiama empatia, quella sensazione di “capisco esattamente come ti senti”. Ed è la sostanza che trasforma uno sconosciuto in qualcuno di cui ti fidi.
Eppure sono SOLO parole.
Eppure sono SOLO tre ingredienti.
Ma come si fa a ricreare questa esperienza di gusto per i tuoi clienti?
Cosa puoi chiedermi?
Narrami, o diva, del marchio aziendale…

Brand storytelling
Tu mi racconti tutta la storia, e io la riscrivo per raccontarla al tuo pubblico. Se ne hai già una possiamo scriverla meglio, se non ce l'hai (perché magari sei una start-up) la scriviamo insieme giorno dopo giorno.

Live speech
Rompere il ghiaccio con una barzelletta potrebbe rivelarsi una pessima idea, ma coinvolgere la tua audience con un breve racconto, può farti ottenere risultati straordinari. Ed è il modo migliore per non rimanere senza parole.

Social story
Riorganizziamo i tuoi contenuti social, o ne creiamo di nuovi, per fare in modo che seguano il tuo copione. Coerenza comunicativa, consequenzialità dei post e struttura in "capitoli", per seguire il fil rouge del tuo brand.

Altri servizi
Che c'è non ti basta? Guarda che anche a me piace ogni tanto godermi la vita, andare in vacanza, leggermi un libro o stare sul divano a guardare una serie. Comunque, prova a chiedere...magari oggi sono di buon umore...
Cosa NON puoi chiedermi?
Ci sono storie che finiscono prima di iniziare…
C’era una volta un Re, che disse alla sua serva: “Raccontami una favola!” E la serva incominciò, e disse: “C’era una volta un Re, che disse alla sua serva: “Raccontami una favola!” E la serva incominciò…” (C’era una volta un giovanissimo cantastorie, che tanto tempo fa ad un Festival partecipò!)
Tutto ciò che un brand ha da raccontare, di solito, esiste già e non c’è bisogno di inventare nulla.
Ma se proprio vuoi che mi inventi qualcosa, almeno ridiamoci su!
– Regola numero 1: Non chiedermi di riscrivere la tua vita.
Posso aiutarti a trovare la parte più autentica e interessante della tua storia, ma non ho nessuna intenzione di apparecchiare una favoletta strappa-like in stile “Mulino Bianco” (a meno che tu che stai leggendo, non sia Ilaria Lodigiani ☺️).
– Regola numero 2: Non ricamerò il tappeto sotto il quale nascondere i cocci rotti.
Preferisco usare le storie per raccontare cosa non va, e spiegare cosa stai facendo per migliorarlo. Non per far finta che vada tutto alla grande.
– Regola numero 3: Non ti permetterò di misurare i risultati in like e follow.
Una storia che vuole piacere a tutti non resta addosso a nessuno.
Lo storytelling nasce da un’emozione e mette in mostra qualcosa di reale, imperfetto, umano. Se proprio vuoi “quantificarlo”, non contare le strette di mano, ma misura l’intensità di un abbraccio.
MaS Copywriter | Comunicazione intelligente
Massimo Salvi • Bologna • P.iva IT03379041209
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